In questo articolo voglio approfondire alcune parti di un libro che ho trovato molto interessante: la natura delle fotografie di Stephen Shore. Il libro è il risultato degli anni in cui l’autore ha insegnato fotografia a New York e rappresenta uno strumento utile per chiunque voglia imparare a guardare le fotografie con maggiore consapevolezza e migliorare così i propri scatti.

Una fotografia può essere vista su diversi piani. È un oggetto materiale, una stampa su cui appare un’immagine. È a partire da questo che normalmente leggiamo una fotografia e ne scopriamo il contenuto: un ricordo di un viaggio, il volto di una persona, un paesaggio. Racchiuso in questo livello ne troviamo poi un altro che contiene i segnali percepiti dalla nostra mente e che gli danno un significato diverso da quello che l’immagine raffigura.

Shore nel testo considera tre piani: il piano materiale, descrittivo e mentale.

Il piano materiale

Una stampa fotografica è un supporto di carta, plastica o metallo che è stato ricoperto con un’emulsione di sali metallici sensibili alla luce, abbinati a colori vegetali o minerali. Essa è piatta, ha dei bordi ed è statica non si muove. Nonostante ciò possiede una dimensione materiale. Sono proprio gli attributi fisici e chimici a definire i confini che racchiudono la natura delle fotografie. Le qualità fisiche della stampa infatti fissano le caratteristiche visive che avrà l’immagine.

tratta da “Flashbulb Memories” – Anne Turyn

Andiamo nel dettaglio ed esaminiamo ad esempio il colore di questa fotografia. Esso aggiunge un nuovo livello di informazione descrittiva all’immagine. La descrizione così diventa più approfondita perché vediamo il colore della luce, i colori di una cultura o di un’epoca. Questa foto infatti è realizzata negli anni Ottanta, ma la tavolozza che utilizza la fotografa Anne Turyn fa sì che sembri appartenere alla generazione precedente.

Una fotografia, in quanto oggetto, ha una sua vita propria nel mondo. Può essere conservata in una scatola o in un museo. Può essere riprodotta come documento o utilizzata per una pubblicità ed il contesto in cui la fotografia viene vista influenza il significato che l’osservatore le attribuisce.

Il piano descrittivo

Un fotografo ogni volta che scatta semplifica il caos che ha di fronte dandogli una struttura e impone quest’ordine scegliendo un punto d’osservazione, un’inquadratura, un momento per lo scatto e un piano di messa a fuoco. Sul piano descrittivo infatti ci sono quattro strumenti mediante i quali la realtà di fronte alla macchina fotografica viene trasformata in una fotografia: la bidimensionalità, l’inquadratura, il tempo e la messa a fuoco. Questi elementi per Shore formano la base della grammatica visiva della fotografia. Rappresentano inoltre gli strumenti che hanno i fotografi per raccontare la propria visione del mondo, esprimere le proprie percezioni.

Lee Friedlander – knoxville, Tennessee

Quando uno spazio tridimensionale viene proiettato su una superficie si creano dei rapporti visivi che non esistevano prima che la fotografia venisse scattata. Ad esempio in questa fotografia di Lee Friedlander si creano nuovi rapporti visivi, che non vuol dire che il segnale stradale e la nuvola non fossero lì, ma che la relazione tra di essi è un prodotto della visione fotografica (la nuvola che sembra zucchero filato appoggiato sul segnale).

L’elemento successivo è l’inquadratura. Una fotografia infatti ha i margini, la realtà no. I margini separano quello che si trova nell’immagine da quello che ne viene escluso, racchiudendo il contenuto della fotografia in un unico colpo.

Un’immagine fotografica inoltre è statica, mentre la realtà scorre nel tempo. Ci sono due fattori che influenzano il tempo nella fotografia: la durata dell’esposizione e la staticità dell’immagine finale. Concetti che approfondiremo sicuramente in un altro articolo. La messa a fuoco è il quarto elemento che trasforma la realtà in una fotografia. Con essa si crea una gerarchia nello spazio raffigurato che mette in risalto una parte dell’immagine aiutando a distinguere il soggetto di una foto dal suo contenuto.

Il piano mentale

Quando guardiamo una fotografia o qualsiasi altra cosa quella che vediamo è un’immagine mentale. Ad esempio leggendo questa pagina la luce riflessa viene messa a fuoco sulla retina dal cristallino all’interno dell’occhio. La retina invia impulsi elettrici che, attraverso il nervo ottico, arrivano alla corteccia cerebrale. Qui il cervello interpreta questi impulsi e costruisce un’immagine mentale. Tutto questo è una capacità acquisita, infatti i pazienti ciechi dalla nascita cui è stata restituita la vista inizialmente vedono solo luce, devono imparare a costruire un’immagine mentale.

Il piano mentale elabora, rifinisce e arricchisce le nostre percezioni del piano descrittivo. In una fotografia fornisce un contesto all’immagine che costruiamo della fotografia stessa. Ad esempio vediamo qui di fianco la scelta di Thomas Annan. Mettendo a fuoco l’apertura nera in fondo a questo vicolo stretto il fotografo trasporta la nostra messa a fuoco mentale attraverso gli spazi ristretti dell’immagine. La messa a fuoco è dunque il ponte fra il piano mentale e quello descrittivo.

Quando scattano fotografie, secondo Shore, i fotografi seguono modelli mentali che sono il risultato degli stimoli dati dall’intuito, dai condizionamenti e dalla comprensione della realtà.

“È una complessa, continua, spontanea interazione fra l’osservazione, la comprensione, l’immaginazione e l’intenzione”. Stephen Shore

Tutte le fotografie in questo articolo appartengono ai legittimi proprietari e sono state utilizzate a puro scopo esplicativo, senza alcun fine di violazione dei diritti di Copyright vigenti.

Testi consultati: Lezione di fotografia, Stephen Shore.